Riflessione n.4 (16/9/17)

Non si invoca la restaurazione di un mondo perduto, di un Eden evaporato, non si vuole portare in vita ciò che è morto per sempre, si vuole affermare, oltre che il diritto alla memoria, un diverso modello di sviluppo. … 

Non si parla della fine di questo o quel paese, ma della chiusura di un mondo e dello stravolgimento irreversibile di paesaggi e di sistemi ecologici, di microcosmi che hanno fatto del Mediterraneo quello che chiamiamo Mediterraneo.“ (Vito Teti – quel che resta)

Il senso di quanto afferma Vito Teti è sotto gli occhi di tutti anche di chi vive nelle più importanti città italiane, perfino di chi vive nella nostra capitale economica. “La chiusura di un mondo” che veniva dato per vitale fino a pochi anni è certificata dalle statistiche sul degrado non solo dell’ambiente e del paesaggio ma anche dai dati relativi all’occupazione e di quelli che documentano la fuga delle giovani promesse del paese verso altri luoghi che non appartengono ai confini nazionali.

Ma che possiamo fare noi, singoli cittadini, che assistiamo impotenti alla partenza dei nostri fratelli, dei nostri figli e dei nostri nipoti verso altre città? Cosa possiamo fare per garantire un percorso professionale soddisfacente, un lavoro, un futuro a riparo dalla disoccupazione e povertà che era realtà comune qui da noi ancora 70 anni fa? Perché fratelli, padri, nonni devono rallegrarsi quando i loro congiunti lasciano il territorio per studiare, per specializzarsi, per lavorare con la certezza che non ritorneranno più? Perché festeggiare un futuro che non sarà più per noi ma solo per i luoghi, le nazioni dove abbiamo inviato i nostri cari? Perché rallegraci della nostra sconfitta non solo come uomini ma anche come città e nazione? In una situazione del genere il successo professionale, lavorativo di ogni singolo individuo e’ la sconfitta di intere comunità e di una intera nazione. 

Forse il segreto è pensare  come collettività e non come singolo individuo.

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