Grani antichi e biodiversità per un futuro ecosostenibile Irsina (MT) 21/4/2018.

Nella cornice della Sala Consiliare del Comune di Irsina si è svolto nel pomeriggio di sabato 21 aprile 2018 un incontro sul tema della coltivazione dei grani autoctoni e sulla sostenibilità ecologica e finanziaria di tale produzione.

Hanno partecipato all’incontro voluto dal sindaco di Irsina sig. Nicola Morea il sig. Vincenzo Coppa, fondatore di “laverdevia”, il sig. Piero Amendolara, fotografo, la sig. Elvira Tarsitano, presidente dell’Associazione dei Biologi Ambientalisti Pugliesi e la sig.ra Domenica Romanelli Gastroenterologa e Nutrizionista.

L’incontro, che vantava tra la platea imprenditori agricoli e esponenti del mondo scientifico, ha abbracciato i diversi aspetti connessi alla coltivazione dei grani antichi permettendo di discutere le implicazioni paesaggistiche, culturali, scientifiche e mediche. Il dibattito è poi proseguito esplorando le esperienze dei coltivatori di grano e dei produttori di farine evidenziando le opportunità economiche offerte da un mercato che si sta sviluppando ma anche la necessità di inventare una rete di solidarietà tra produttori, trasformatori, professionisti e consumatori finalizzata ad imprentare una filiera che abbracci tutte le fasi dalla coltivazione alla distribuzione.

Dopo il saluto del sindaco Nicola Morea che ricorda il percorso già fatto dal comune di Irsina nella costruzione di una serie di attività e iniziative a favore della cittadinanza e nella ricerca del bene comune della comunità, interviene Vincenzo Coppa, fondatore di “laverdevia” ed ideatore dell’incontro evidenziando la capacità della comunità irsinese di riscoprire e valorizzare la propria identità permettendo, così, l’inclusione della città fra i borghi più belli di Italia. Nel complimentarsi con i rappresentanti delle istituzioni e con la cittadinanza presente all’incontro per il traguardo raggiunto, ricorda che il nostro territorio irsinese ha potenzialità di sviluppo ancora inesplorate su cui tutta la comunità ha la responsabilità di intervenire congiuntamente.

La crescente consapevolezza dei consumatori in merito alle minacce rappresentate da cibi dannosi per la salute in quanto non eticamente prodotti o trasformati, il movimento mondiale sulla sostenibilità ambientale, la crisi sociale dei modelli economici tradizionali basati su una finanza non etica che fa fluire la ricchezza nelle mani di pochissimi individui sono elementi che possono rappresentare una grande opportunità per i borghi agricoli là dove gli stessi siano in grado di elaborare un modello alternativo di vita basato sulla eticità nella produzione e trasformazione dei prodotti, su modelli di sostenibilità ambientale e di equità e solidarietà sociale.

Ma, dal momento che questi principi sono alla base della cultura contadina dalla quale gli irsinesi provengono, così come quella di tutti i borghi agricoli, operare in questo modo significa riprendere le redini del nostro futuro valorizzando la nostra identità contadina. Quello che si sostiene non è un ritorno acritico al passato ma una reinterpretazione degli aspetti migliori dello stesso alla luce delle nostre attuali conoscenze scientifiche e tecnologiche. Non si deve imitare il modello di vita offerto dai grandi centri urbani ma progettare strategicamente un’alternativa attrattiva. Bisogna reinventare il passato e, in un certo senso, guardarsi indietro per andare avanti.

Tale impegno sarà premiante nella misura in cui, da un lato sapremo riconoscere i valori del nostro territorio ed i pericoli in cui gli stessi incorrono e, dall’altro saremo in grado progettare eticamente azioni collettive in grado di superare tali situazioni.

Per questo motivo quando è stato progettato l’incontro, il cui fine era quello di creare un momento di riflessione sulla coltivazione del grano antico quale strumento per la rinascita non solo economica dei borghi agricoli, si è voluto iniziare ricordando il legame della nostra odierna economia agricola con le vicende storiche del territorio lucano e le sue peculiarità paesaggistiche per poi parlare di agronomia e successivamente trattare gli impatti sulla salute dei consumatori delle farine e della pasta comunemente reperibile sugli scaffali dei supermercati. Paesaggio, agricoltura, salute, modello sociale, modello urbano, rapporto dei centri abitati con il territorio circostante, sostenibilità finanziaria, sostenibilità ecologica, qualità della vita sono aspetti che devono essere tenuti in considerazione se si vuole costruire un futuro per le generazioni che verranno. Il modello da realizzare è complesso perché ogni modifica in uno di queste componenti ha profonde ripercussioni su tutte le altre ma dobbiamo farlo. Sarà più facile nei borghi agricoli là dove ci sono meno vincoli imposti da modelli economici consolidati e precostituiti. ‘ per questo che sostengo che la frontiera di un futuro desiderabile può essere espressa solo dai borghi agricoli.

“Laverdevia” vuole consentire, per quanto possibile, l’innesco di tale processo di analisi delle potenzialità del territorio, l’individuazione delle minacce e la progettazione delle soluzioni da attivare.

Il legame della nostra odierna economia agricola con le vicende storiche del territorio lucano e le sue peculiarità paesaggistiche è stato evidenziate sia dalle splendide immagini di Piero Amendolara, fotografo gravinese e profondo conoscitore del territorio che si dispiega tra la Puglia e la Lucania, sia dalle parole dello scrittore Alessandro Pellegatta recitate da Alessandro, un giovane attore diciannovenne.

Pellegatta ricorda che “Nel 1875 il parlamento italiano nominò una Commissione d’inchiesta sulla Sicilia, a cui Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti affiancarono una loro inchiesta privata che venne alla luce nel 1876. Franchetti … prima di condurre la sua inchiesta sulla Sicilia nel 1876, … perlustrò a cavallo anche le provincie continentali del Sud d’Italia, tra cui la Basilicata e la Calabria, per verificare di persona la realtà che la classe dirigente italiana non conosceva minimamente. Ripetute furono le sue denunce sugli sprechi, i favoritismi, le ruberie e le ingiustizie che favorivano gli interessi particolari e impedivano il risanamento della finanza pubblica. La questione sociale nel Mezzogiorno assumeva i contorni della questione agraria urgente e pressante, caratterizzata da forti squilibri nella distribuzione delle proprietà, dalla diffusione di forme contrattuali arcaiche e da livelli di produttività miserrimi. Franchetti toccò plaghe sperdute e paesi sconosciuti, e guardò quella realtà di sottosviluppo con gli occhi del geografo, dell’antropologo, del sociologo e dell’agrario.

Franchetti difese sempre strenuamente le ragioni dei contadini e del popolo e divenne un convinto sostenitore del suffragio universale. E per lui la via dello sviluppo non era il semplice possesso della terra bensì la sua produttività.

La Destra storica al governo, in modo puntiglioso e inflessibile, si poneva in quegli anni come unico obiettivo il pareggio di bilancio, incapace totalmente di comprendere quella terribile realtà economico-sociale e di aprirsi ai necessari programmi di riforma e sviluppo. … La “questione meridionale” nasce proprio in quegli anni e si amplifica sempre più, non essendo minimamente affrontata. … La politica trasformista di Depretis favorirà gli accordi tra i ceti borghesi e produttivi dell’Italia settentrionale con i “galantuomini” meridionali, lasciando immutati e anzi rafforzando i privilegi dei pochi. Tra il 1885 e il 1898 il nostro Sud d’Italia attraversò così una crisi drammatica: i grandi proprietari terrieri abbandonarono le terre, e i “cafoni” dovettero emigrare in massa per sopravvivere. …

Quando i soldati del Regno e l’amministrazione “italiana” entrarono in Basilicata e Calabria, trovarono la popolazione divisa in due classi, cioè dei proprietari e dei lavoratori. … I ricchi non investivano alcun capitale nelle loro immense estensioni terriere, essendo soddisfatti “[…] del frutto di alberi crescenti quasi spontaneamente”. I poveri, che erano la stragrande maggioranza della popolazione, erano ridotti a lavorare la terra “[…] per un vitto per lo più appena bastante, spogliati dall’usura di quel poco che potevano aver risparmiato”.

Le terre si presentavano in massima parte incolte, “[…] pastura incerta al bestiame grosso e minuto che vaga giorno e notte, in ogni stagione, oppure coltivate a cereali”. Mancando il concime, i campi ogni due o tre anni venivano lasciati a riposare. Il prodotto del suolo era così scarso e le spighe così rade che, nel mese di settembre, prima dell’aratura autunnale, si distinguevano appena gli steli delle spighe dei campi seminati l’anno prima a grano dai fili d’erba secca dei campi incolti. L’irrigazione era quasi assente. In Basilicata, le uniche terre irrigate erano quelle della valle superiore dell’Agri, gli orti di Senise, le vigne di Potenza, di Rionero e di Melfi e gli oliveti di Ferrandina. Altrove l’agricoltura era ancora allo stato pressoché selvaggio.

Molte cose sono cambiate da quei lontani anni successivi all’Unità d’Italia, e molte conquiste sono state raggiunte. Tra il 1940 e il 1950 la Basilicata divenne teatro di “lotte contadine”. Col Decreto Gullo del 19 ottobre del 1944 fu prevista la concessione delle terre incolte ai contadini per brevi periodi o provvedimenti tampone per fronteggiare la grave crisi economica come l’incremento dei lavori pubblici e i cantieri di rimboschimento. Se la disoccupazione generale in Italia era in quel periodo gravissima fino a superare i due milioni di unità, particolarmente rilevante nelle regioni del Sud risultava quella agricola con un totale di 633.000 lavoratori agricoli disoccupati nel Mezzogiorno e nelle Isole.

La concessione delle terre incolte o insufficientemente coltivate, se sotto certi aspetti era riuscita a risolvere situazioni limite, servì anche ad inasprire i rapporti tra le parti contrapposte. Ogni anno, infatti, prima della semina si verificarono nel dopoguerra occupazioni di terre anche coltivate. …

In Basilicata, soprattutto dopo la rottura del fronte popolare del 1948 si verificarono diversi assalti al latifondo nel Melfese e nel Materano che ebbero il loro epilogo più drammatico a Montescaglioso, dove durante l’occupazione della proprietà dei Tarantino perse la vita il bracciante Giuseppe Novello falciato da una raffica di mitra dei carabinieri. Quest’ultimo, dopo essere stato trasportato in gravissime condizioni nell’ospedale civico di Matera, moriva a 33 anni lasciando moglie e figli. L’episodio tragico di Montescaglioso, che non mancò di turbare e commuovere l’opinione pubblica di tutta l’Italia, così viene celebrato da Rocco Scotellaro in una delle sue poesie:” È caduto Novello sulla strada dell’alba / a quel punto si domina la campagna / a quell’ora si è padroni del tempo che viene / il mondo è vicino da Chicago a qui / sulla montagna scagliosa che pare una prua.”

Il tempo. Si sa, trasforma e modifica ogni cosa. Niente resiste alla sua azione. Ma ci sono sempre uomini ed opere che resistono al tempo. Magari si impolverano un po’, ma basta ricorrere alla memoria che tornano splendenti. Oggi la memoria sembra offuscata dall’immediatezza e dalla cecità, per questo occorre sempre guardare indietro per procedere in avanti. Tra questi uomini che resistono al tempo, oltre ai contadini (che sanno rendere fertile la terra) ci sono i grandi artisti e soprattutto i poeti, che sanno sempre analizzare e capire la realtà, sia presente sia futura …”.

Le parole di Pellegatta, scrittore milanese e appassionato viaggiatore che risuonano nella Sala Consiliare rimandando alle splendide immagini dei territori di Piero Amendolara introducono l’intervento di Elvira Tarsitano, presidente dell’Associazione dei Biologi Ambientalisti Pugliesi (ABAP). La dr.ssa Tarsitano informa i presenti in merito all’attività che l’ABAP svolge a favore della sostenibilità ambientale e della diffusione delle pratiche agricole che ne rendono possibile l’attuazione e insiste con passione sulla necessità di costruire un modello in cui, da un lato l’agricoltore possa accogliere l’esigenza del consumatore di acquistare prodotti sani ovverosia cibi coltivati e prodotti seguendo tecniche che non danneggino la salute e l’ambiente, dall’altro il consumatore possa riconoscere all’agricoltore la giusta remunerazione per il prodotto ricevuto.

La dr.ssa Tarsitano, ricorda che là dove l’agricoltura ha sposato le logiche della massimizzazione del profitto a tutti i costi ha dovuto piegarsi a modelli di produzione che richiedono l’impego di sementi, concimi e diserbanti non compatibili con la salute umana ed introduce un filmato prodotto dall’ABAP in cui vengono raccolte le testimonianze di scienziati e produttori sul tema. Il filmato, che è possibile trovare in rete, si intitola “Xgrain: ma non chiamateli OGM” e raccoglie la testimonianza di storici della scienza, storici delle scienze agrarie, agronomi, medici nutrizionisti, specialisti in medicina interna, biologi molecolari, avvocati, coltivatori.

Tutti gli esperti intervistati, ciascuno per le proprie competenze, contribuiscono a delineare un quadro chiaro della situazione in cui si trova attualmente il settore della coltivazione del grano. Si parte ricordando che le più comuni varietà di grano sono state ottenute tramite l’esposizione delle sementi a radiazioni al solo scopo di ottenere varietà più adatte alle esigenze di coltivazione in filiera. Tali varietà, generalmente nane se confrontate con le varietà antiche, richiedono che il terreno venga trattato con diserbante al fine di impedire la crescita delle erbe infestanti che prenderebbero il sopravvento della coltivazione. Per grani antichi si intende indicare, invece, tutti quei grani coltivati anticamente e che sono arrivati a noi o tramite alla tenacia di piccoli coltivatori o alle banche dei semi e che non hanno subito modificazioni in laboratorio. Queste varietà a fusto alto convivono con le erbe infestanti che non prendono il sopravvento sulla coltivazione in quanto vendono sovrastate e soffocate dal grano. Per questo motivo non si rende necessario trattare con il diserbante il terreno.

Anche il ricorso all’azoto, utilizzato nella irrorazione dei campi per migliorare e velocizzare la fase di crescita delle piante, può costituire un rischio di allettamento delle spighe (là dove si usano i grani antichi) in quanto l’uso dell’azoto per velocizzare la fase di crescita non permette il necessario irrobustimento dei fusti rendendoli più fragili e conseguentemente più facilmente soggetti all’allettamento.

Negli ultimi decenni l’impego di sementi modificate geneticamente e l’utilizzo di tecniche di coltivazione che impiegano massicciamene i pesticidi e l’azoto hanno rappresentato l’innovazione più significativa nel settore sostituendo le varietà di grano coltivate tradizionalmente e le tecniche di coltivazione biologiche. Tale fenomeno può essere messo in correlazione con l’attuale crescita esponenziale nella popolazione di fenomeni di sensibilità ai lieviti e al frumento si può ipotizzare un rapporto di causa ed effetto tra i due eventi. Un grano antico e quindi non irraggiato, coltivato in assenza di pesticidi, ben conservato non crea problemi all’organismo.

Nell’ambito della comunità europea esiste un principio fondamentale alla tutela della salute, il diritto all’informazione e il principio di precauzione tuttavia la dimostrazione della enorme influenza dell’interesse delle multinazionali del cibo è deducibile dal fatto che oggi non deve essere più dichiarato nei prodotti complessi, tramite etichettatura, la presenza di ingredienti geneticamente modificati.

L’intervento della dr.ssa Domenica Romanelli, gastroenterologa e nutrizionista, spiega scientificamente come gli alimenti rappresentano la nostra fonte principale di riferimento per l’approvvigionamento dell’energia che ci serve per sopravvivere. Alimenti tossici e dannosi sovraccaricano i nostri sistemi di depurazione metabolici e scatenano delle reazioni immunologiche favorendo l’insorgere di patologie. Vengono illustrate le conseguenze nel sistema digestivo e metabolico e immunologico dell’utilizzo di sostanze non riconosciute dal nostro organismo e tossiche e le forme possibili di patologie.

Viene in conclusione mostrata l’intervista alle signore fondatrici del Mulino Perniola di Rutigliano che raccontano con entusiasmo l’esperienza iniziata alcuni anni fa quando decisero di iniziare a produrre farine secondo i principi della agricoltura biologia o biodinamica. Il primo passo dell’attività iniziò acquistando un mulino elettrico in Austria e producendo farine partendo dal grano ottenuto coltivando due ettari di terreno. Oggi il mulino Perniola, che ha una certificazione rilasciata dall’ICEA, coltiva venticinque ettari di terreno. Chiara e Marianna sono testimoni di un successo anche economico e di una crescita produttiva che è richiesta dai consumatori che, comprendendo la qualità del prodotto, riconoscono il valore delle farine pagando prezzi maggiori di quelli a cui sono vendute le farine nei supermercati.

L’incontro si è chiuso con un dibattito sul tema delle difficoltà della sostenibilità economica di una coltivazione che segua i principi dell’agricoltura biologica e sui temi della distribuzione. Gli intervenuti si sono salutati scambiandosi indirizzi e numeri di telefono e ripromettendosi di incontrarsi prossimamente.

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