Il palo della pace: un simbolo semplice per un messaggio universale
Buonasera,
innanzitutto permettetemi di salutarvi e di dirvi grazie per avermi dato la possibilità di essere qui, a Fasano, in occasione dell’inaugurazione del Palo della Pace. È per me un momento molto significativo.
Un ringraziamento particolare desidero rivolgerlo alla Presidente dell’Università del Tempo Libero, Palmina Cannone, al Vicesindaco di Fasano Luana Amati e al Vicepresidente della Provincia Giuseppe Ventrella, per la loro presenza e per il sostegno a questa iniziativa.
Mi fa piacere condividere con voi come è nata l’idea di questo progetto.
È nata in modo molto semplice: durante una conversazione con Palmina. Ci chiedevamo quale potesse essere un progetto capace di mettere insieme le realtà nelle quali operiamo, l’Università del Tempo Libero di Fasano e Laverdevia di Gravina in Puglia.
Cercavamo qualcosa che avesse un significato comune, ma anche qualcosa che raccontasse una convinzione in cui crediamo profondamente: che i territori periferici — quelli che spesso vengono considerati lontani dai grandi centri del potere economico — non sono affatto marginali. Al contrario, possono essere luoghi da cui nascono idee importanti, visioni nuove e anche grandi trasformazioni.
È proprio da questa riflessione che è nata l’idea di lavorare su uno degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile: la Pace.
L’obiettivo numero 16 dell’Agenda ONU parla infatti di pace, giustizia e istituzioni solide. È un obiettivo che invita a costruire società pacifiche, inclusive, fondate sul rispetto dei diritti e sull’accesso alla giustizia.
Se guardiamo a ciò che accade oggi nel mondo capiamo quanto siamo lontani da questo traguardo. Pensiamo alla sofferenza della popolazione ucraina, al genocidio della popolazione palestinese, alla guerra che sta infiammando il Medio Oriente. La pace che fino a pochi anni fa sembrava quasi scontata oggi appare improvvisamente fragile. Eppure la pace non è un sogno irraggiungibile. Ma perché diventi realtà non possiamo limitarci ad aspettarla. Dobbiamo attivarci noi, qui e ora, affinché chi ci governa persegua davvero gli ideali in cui crediamo: pace, giustizia e libertà.
L’idea di piantare un Palo della Pace nasce anche da un’esperienza personale.
Durante un viaggio fatto in Giappone nell’aprile del 2025 ho avuto l’occasione di osservare questi semplici monumenti, diffusi nei luoghi di culto ma anche negli spazi pubblici e privati. Il Palo della Pace nasce proprio in Giappone dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale.
Dobbiamo immaginare quel Paese in quegli anni: città distrutte, macerie, silenzio. E soprattutto una domanda sospesa nell’aria: come possiamo impedire che questo accada ancora? In quel contesto viveva un uomo, Masahisa Goi. Non era un politico, non era un generale: era un filosofo, un uomo che credeva nella forza interiore dell’essere umano. Di fronte alla devastazione di Hiroshima e Nagasaki non scelse la rabbia. Scelse invece di diffondere una semplice invocazione: “Che la pace regni sulla Terra.”
Non “che vinca qualcuno”, non “che prevalga una parte”. Ma che la pace regni. È una differenza enorme. Da quell’idea nacque il movimento che ha diffuso nel mondo i Pali della Pace.
Il Palo della Pace è un simbolo semplice: un palo di legno a sezione quadrata sul quale è incisa, in diverse lingue, la frase: “Che la pace prevalga sulla Terra.”
Sono rimasto colpito da questo simbolo. Così l’11 luglio del 2025 ne ho costruito uno e l’ho piantato nella sede dell’associazione Laverdevia, a Gravina in Puglia.
L’evento di questa sera nasce proprio dal desiderio di dotare anche Fasano di un simbolo di pace riconosciuto a livello internazionale. Un simbolo essenziale, realizzato con materiali semplici, che non richiede grandi risorse ma che porta con sé un messaggio potente. Se mi permettete un’immagine: è un simbolo che affonda le radici nella terra per guardare il cielo.
Ma cos’è davvero la pace?
La pace non è soltanto assenza di guerra. La pace è presenza. È la nostra presenza: nell’ascolto, nel rispetto dell’altro, nella ricerca della giustizia, nella cura del territorio, nella responsabilità reciproca.
La pace è quotidiana. È nel modo in cui parliamo, nel modo in cui dissentiamo, nel modo in cui amministriamo, nel modo in cui educhiamo. La pace siamo noi.
Un Palo della Pace è in fondo un promemoria. Un promemoria verticale che ogni giorno sembra chiederci: Stai contribuendo alla pace? Oppure la stai indebolendo?
Che cosa possiamo fare noi per la pace?
Prima di tutto non abituarci alla guerra. Non abituarci alle immagini devastanti che ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi. Ricordarci che nelle guerre le vittime sono soprattutto i civili: i bambini, le donne, gli uomini inermi. E ricordarci che chi sceglie la guerra sceglie sempre una strada sbagliata.
La seconda cosa è non accettare che la guerra venga giustificata. Nessuna guerra può essere invocata nel nome di un dio, di un’idea o di un ideale.
Infine c’è un impegno che riguarda ciascuno di noi: chiedere la pace e praticarla. Nelle parole che usiamo, nei gesti quotidiani, nelle relazioni con gli altri. Provare ogni giorno a essere persone capaci di portare pace.
Prima di concludere vorrei ricordare una riflessione che ho incontrato leggendo una grande scrittrice e giornalista meridionale: Matilde Serao.
In una sua pagina famosa del libro « il ventre di Napoli », attraverso le parole del personaggio di Falstaff, si afferma provocatoriamente che l’onore è solo “un soffio”, qualcosa che non si mangia, non si beve, non si indossa e che quindi non serve.
È una provocazione potente. Perché ci costringe a chiederci: che valore hanno davvero i principi quando non producono vantaggi immediati? Anche oggi, troppo spesso, assistiamo allo stesso ragionamento.
Quando la dignità umana non produce profitto viene considerata un costo. Quando i diritti non generano vantaggi economici vengono trattati come un ostacolo. Ma quando i diritti diventano negoziabili e la dignità diventa una voce di bilancio, la pace viene inevitabilmente minacciata. Ed è proprio qui che il Palo della Pace assume un significato profondo. È il contrario di questa logica. Il Palo della Pace ci ricorda che la dignità non è una merce, che i diritti umani non sono opzionali e che il valore dell’umanità non dipende dalla convenienza. Ci ricorda che esistono valori che non servono a qualcosa. Servono a essere umani.
Prima di salutarvi vorrei condividere con voi una frase che mi ha molto colpito. È di Miguel Duarte, uno degli attori dello spettacolo A Place of Safety, dedicato all’esperienza dei volontari della nave Sea Watch che salvano migranti nel Mediterraneo.
A un certo punto Duarte dice: “Forse lo stiamo facendo soprattutto per noi stessi… Perché vorremmo essere persone migliori. Perché vorremmo che un giorno tornasse a galla un’alga rosa di speranza.” E forse, nel nostro piccolo, è proprio per questo che siamo qui stasera. Per ricordarci che la pace non è solo un ideale lontano. La pace è una scelta quotidiana. E ogni volta che scegliamo l’umanità, la giustizia e il rispetto dell’altro, contribuiamo — anche solo di poco — a far sì che la pace possa davvero prevalere sulla Terra.
Grazie.























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