Porquoi l’écologie perd toujours di Clément Sénéchal.

Il libro « Pourquoi l’écologie perd toujours » di Clément Sénéchal edito dalla casa editrice francese «Points » pone il lettore di fronte alle motivazioni che, secondo l’autore, sono la causa dell’assenza di efficacia del movimento ecologista.
Il libro è pensato per i lettori francesi e fa riferimento ad avvenimenti e personalità che hanno animato e animano lo scenario pubblico a loro familiare. L’autore, nel documentare la nascita e lo sviluppo del movimento ecologico in Francia, solleva il velo che lo protegge dal giudizio dell’opinione pubblica; le azioni di politici, organizzazioni ecologiste di diffusione mondiale ed attivisti sono analizzati in profondità rivelando connessioni tra politica, economia e le stesse organizzazioni ecologiste. Inoltre la distanza tra l’ecologia e i problemi reali della popolazione e le inesistenti ricadute sugli strati più poveri della popolazione ha fatto percepire l’ecologia come una tematica cara solo all’élite quasi fosse un trastullo intellettuale.
È ipotizzabile che tali connessioni siano in atto anche nel nostro paese dove il movimento ecologista è stato nella sostanza spazzato via dalle discussioni politiche e pubbliche e dove il movimento dei Verdi si riduce a pochi adepti?
Il testo critica la narrazione della “transizione ecologica” dentro il capitalismo che è accarezzata dalle più famose ONG ed è sostenuta dalle istituzioni nazionali e sovranazionali (si pensi al European Green Deal della Comunità europea lanciato nel 2019 durante la pandemia e fortemente rivisto e rallentato dalla stessa tra il 2024 e il 2025). La ragione principale dell’imprecisione di tale narrazione viene individuata nell’esistenza di un profondo conflitto di interessi tra il capitalismo e la salvaguardia del bene comune che appare irrisolvibile e che, secondo le fonti citate dall’autore, porterà l’umanità verso situazioni critiche che appaiono ora irrisolvibili.
In uno dei passaggi teorici decisivi del libro viene affermato che la crisi climatica è strutturalmente legata alla classe dirigente e al suo modello di accumulazione della ricchezza.
A tale proposito si ricorda in prima battuta, che in Francia e, più generalmente, a livello globale la popolazione più ricca, pari all’ 1%, emette molta più CO₂ del 50% della popolazione più povera. Questa disuguaglianza sociale ha un effetto significativo da un punto di vista ambientale se si tiene conto del fatto che i patrimoni dei miliardari generano emissioni sproporzionate e che l’utilizzo documentato di jet privati, yacht, turismo spaziale sono il simbolo di una insostenibilità climatica.
Ma il degrado ecologico in senso ampio non è solo questione di consumo individuale, in quanto è indissolubilmente collegabile all’orientamento dell’economia verso la crescita permanente, ad un potere decisionale concentrato nelle mani di pochi e al possesso dei mezzi di produzione.
In questo scenario le classi popolari e più povere sono le più esposte agli effetti della crisi climatica.
Per questo motivo la narrazione della “transizione ecologica”, che evita di identificare le reali responsabilità non arrivando a dichiarare le vere cause del problema, non è in grado di affrontarle e lascia le classi più povere drammaticamente esposte al problema e, conseguentemente, viene giudicata inefficace.
Più precisamente, le misure fino ad ora messe in atto non risultano adeguate a fare fronte alle sfide del cambiamento climatico e alla necessità di ridurre il potenziale distruttivo delle emissioni umane in quanto:
· la green economy non mette in discussione il dominio sociale esistente;
· la “coalizione post-carbone” tra imprese e cittadini “responsabili” viene vista come illusione.
La vera trasformazione, secondo l’autore, non può avvenire senza il superamento di un approccio puramente morale o pedagogico della questione ecologica e attivando una politicizzazione del problema. Solo in questo modo si potrebbe fare emergere l’esistenza di un conflitto sociale che non viene dichiarato facendo nascere uno scontro virtuoso con le élite economiche e la necessità di una redistribuzione dei poteri.
Secondo l’autore il conflitto deve essere strumento necessario per rompere la deriva istituzionale in quanto l’approccio tradizionale morale e pedagogico ha spesso reso l’ecologia innocua proprio perché il potere è impressionato solo da ciò che crea un vero rapporto di forza. In questo contesto le azioni di “disarmo” di dispositivi ecocidi vengono valutate positivamente. Non si trattandosi solo di proteste simboliche ma di interruzione materiali di questi progetti ecocidi; questi eventi ampliano il sostegno pubblico, creano un’alleanza tra ecologisti e parte delle popolazioni locali e del mondo contadino, visto come uno dei grandi perdenti in questo processo, e rafforza la visibilità del conflitto. In conclusione, questi eventi sono in grado di mobilitare e coalizzare l’opinione pubblica creando nuove alleanze tra le popolazioni locali, agricoltori, collettivi e organizzazione civili e trasformando l’ecologia come una tematica popolare e non delle élite.
E qui l’autore cita esempi conosciuti oltralpe come i “Soulèvements de la Terre (SLT)” movimento nato nel 2021 a partire dall’esperienza della ZAD di Notre-Dame-des-Landes il cui obiettivo è quello di contrastare l’artificializzazione dei suoli, opporsi ai grandi progetti infrastrutturali, difendere terre agricole, foreste e territori contro la cementificazione. La loro strategia non si limita ad una protesta simbolica ma punta a interrompere materialmente i progetti combinando:
· mobilitazioni di massa,
· azioni dirette di blocco,
· sabotaggi mirati contro infrastrutture considerate ecocide,
· alleanze con contadini e collettivi locali.
Nello stesso tempo l’autore cita le azioni collettive che sono state messe in atto contro:
· i mega-bacini idrici (ritenuti strumenti dell’agro-industria),
· l’autostrada A69,
· altri grandi progetti infrastrutturali,
· il discorso degli studenti di AgroParisTech (2022), giovani diplomati che rifiutano di mettere le proprie competenze al servizio dell’agro-industria rinunciando alle carriere che lo stesso sistema gli offre,
Per tutti questi motivi l’autore conclude che l’ecologia vincente non sarà né puramente morale, né puramente tecnica, né semplicemente elettorale. L’ecologia vincente deve essere invece: popolare, conflittuale, ancorata ai territori, capace di costruire alleanze con le classi colpite dalle devastazioni ambientali.

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