Voci dai margini: Maria Antonietta

I margini sono il mio centro
1. Chi sono io
Ho trentasei anni e gestisco insieme a mio padre l’azienda di famiglia. Siamo quattro figli: io sono la più grande e sono l’unica che è rimasta qui nella masseria di famiglia ad Altamura.
Fin da piccola mi sono sempre dedicata all’azienda. All’inizio era quasi un gioco, perché aiutavo papà; poi, piano piano, è diventata una passione. Ho frequentato l’istituto agrario a Matera e, dopo il diploma, ho iniziato a lavorare a tempo pieno nell’azienda di famiglia.
A ventinove anni ho fatto un’esperienza all’estero: in Olanda. Sono partita con il Servizio volontario europeo: dovevano essere due mesi, ma alla fine sono rimasta un anno e due mesi in una fattoria gestita a livello familiare. Producevamo il latte, lo imbottigliavamo e facevamo lo yogurt.
La cosa più importante della mia esperienza all’estero non sono state tanto le innovazioni tecnologiche con cui sono entrata in contatto, quanto la possibilità di confrontarmi una visione del lavoro e della vita differente da quella che si respira nel nostro Sud e nelle nostre città che considero abbastanza chiusa. Quando vai all’estero e ti confronti con persone di altre nazioni, questo genera un valore aggiunto.
In Olanda mi piaceva molto il verde. Era tutto piatto, i campi erano totalmente privi di pietre tanto che raccogliere il foraggio era facilissimo. Mi piaceva anche il fatto che le persone si prendessero del tempo per sé stesse.
Insieme a me c’erano altri volontari provenienti da diversi Paesi: Estonia, Ucraina, Repubblica Ceca. Ognuno lavorava in un ambito differente. Io ero in una fattoria, altri in un campeggio, altri ancora si occupavano di crescita personale. Ho potuto confrontarmi con realtà diverse e capire che esistono altri mondi possibili oltre al nostro.
Però mi mancava la pietra della Murgia.
Ho imparato l’inglese, non l’olandese, perché era troppo complicato. Oggi questa conoscenza è importante, perché cominciano ad arrivare persone dall’estero per comprare i nostri prodotti o per percorrere il Cammino Materano. Noi siamo sul Cammino Materano e saper raccontare il proprio territorio anche in inglese è una cosa importante.
Quando sono tornata, ho incominciato ad osservare tutto da una prospettiva diversa. Quando parti e poi ritorni, non sei più la stessa persona.
Quando non fai esperienze fuori, spesso ripeti i modelli che ti sono stati tramandati. Fare esperienza altrove ti permette di capire che alcune cose del passato devono essere custodite, perché, se il passato ci ha portato fino a qua, non può essere tutto sbagliato. Ma ti permette anche di capire che alcune pratiche oggi non hanno più un senso logico. E così ho ripreso il mio lavoro con maggiore convinzione.
Il rapporto con l’estero continua ancora adesso. Ho iniziato anch’io ad accogliere gente proveniente da diverse nazioni: li ospito facendoli immergere nella cultura dei nostri luoghi e loro apprendono nuove conoscenze sulla gestione degli animali e sulla produzione del formaggio.
In questo modo si crea uno scambio culturale. Per me, che non posso muovermi molto, è il mondo che viene qui.
La mia vita privata e quella lavorativa sono completamente interconnesse. Non posso separarle. Il lavoro finisce spesso alle otto e mezza o alle nove di sera e soltanto dopo è possibile uscire. Non frequento molto la città. Preferisco andare nelle campagne degli amici, incontrare persone che hanno fatto esperienze fuori e poi sono ritornate, convinte della propria scelta.
Mi piacciono anche la musica e le iniziative culturali, soprattutto quelle che si svolgono nei piccoli borghi della Basilicata, dove è rimasta un’identità e il modo di vivere alcune cose è ancora molto autentico.
Amò il mio lavoro che consiglierei, assolutamente. Bisogna però essere consapevoli che non esistono davvero i giorni di festa. Anche quando sei malato, gli animali hanno bisogno di te.
Ad esempio, quest’anno, durante la prima settimana di febbraio, le capre hanno deciso di partorire tutte insieme e io avevo trentanove di febbre. La mattina prendevo la Tachipirina, uscivo e sistemavo gli animali. Verso mezzogiorno tornavo a casa, mi mettevo a letto e sudavo. Il pomeriggio prendevo un’altra Tachipirina e uscivo di nuovo.
Ho scelto una vita che è libera per alcuni aspetti, ma che ha anche molti problemi da affrontare. Sarebbe davvero libera se il nostro unico vincolo fosse la natura. Invece ci sono la burocrazia e tutte un insieme infinito di norme che rendono il lavoro più difficile.
2. Che cosa sono per me i margini
Può sembrare strano, ma per me i margini sono il centro.
Penso che oggi nella società manchino soprattutto i valori legati ai rapporti tra le persone, alle relazioni, all’ambiente e alla natura che ci ospita. È questo il legame che abbiamo perso e che ci sta portando verso tutto quello che vediamo intorno a noi.
L’essere umano ha una sete di potere: accumula cose, ne vuole sempre di più e non è mai soddisfatto. La natura, invece, è semplice. A volte basta stare sotto un albero, al fresco per stare bene.
I margini quindi sono per me quei luoghi nei quali la relazione tra le persone può ancora essere messa al centro. Sono le campagne, i pascoli, le piccole aziende, i borghi e tutte quelle realtà che sembrano periferiche, ma nelle quali è ancora presente una conoscenza profonda del territorio.
Penso, per esempio, a un incontro che si svolge in un borgo lucano nel corso del quale le persone preparano insieme il pane. Il primo giorno si incontrano portando i propri lieviti madre e se li scambiano. Il secondo giorno fanno un impasto comune. Nel paese ci sono una ventina di forni: ogni gruppo può utilizzare un forno, preparare il cibo e offrirlo alla comunità.
Non ci sono scambi di denaro. Nessuno compra niente. C’è semplicemente la condivisione.
È proprio in questi contesti che trovi quello che rappresenta i margini, ma ti rendi conto che è proprio il centro.
Anche gli agricoltori, gli allevatori e i pastori si trovano ai margini della società, ma svolgono un ruolo fondamentale. Anche quando apparentemente non fanno niente, custodiscono il territorio.
Quando sei al pascolo hai tutto sotto gli occhi. Se scoppia un incendio puoi intervenire tempestivamente. Se qualcuno abbandona dei rifiuti, te ne accorgi. Avere persone presenti sul territorio è importante.
Il problema è che l’allevamento moderno, quello richiesto dal centro, tende ad appiattire tutto. Le direttive stabiliscono stalle uguali, misure uguali, razze uguali. Nel giro di poco tempo rischiano di scomparire i piccoli allevamenti e di rimanere soltanto grandi aziende tutte identiche.
Nelle piccole realtà, invece, ogni azienda è diversa. Alcuni hanno più terreno, altri meno. Ogni azienda si è sviluppata in relazione a quello che aveva intorno. Questa diversità è la sua identità.
Anche negli allevamenti, un tempo, si vedeva una maggiore diversità genetica. Gli animali erano diversi e proprio questa differenziazione li rendeva più resistenti e capaci di adattarsi al territorio.
Oggi si guarda soltanto alla produttività. Non si considera quanto un animale riesca a resistere senza antibiotici o quanto sia capace di mangiare ciò che trova sul territorio.
Le innovazioni non sono necessariamente sbagliate. L’essere umano ha fatto passi da gigante. Il fatto di non mungere più a mano, ma con i macchinari, ha risparmiato molta fatica. Il problema è come utilizziamo questi strumenti.
Quando la macchina non è più uno strumento e sostituisce completamente la relazione con l’animale, si produce una grande perdita. Se la mucca viene munta da sola da un robot e tutto è computerizzato, nel giro di qualche generazione rischiano di scomparire tutti i saperi tramandati e tutto ciò che puoi imparare soltanto stando a contatto con un animale.
Penso che questa dipendenza sia in parte voluta. L’obiettivo sembra essere quello di rendere impossibile la sopravvivenza dei piccoli e di fare in modo che tutto venga massimizzato.
I piccoli allevamenti purtroppo sono costretti a ottemperare a delle regole pensate per quelli grandi con importanti produzioni. Il peso della burocrazia spesso non è proporzionale alle dimensioni aziendali e per questo motivo andrebbe valutata l’adozione di deroghe.
In questo modo si perdono anche i saperi delle persone che hanno vissuto per generazioni su questo territorio.
Ad esempio c’è il tema del latte crudo: è un alimento vivo, utilizzato per secoli, che può contribuire a rinforzare la flora batterica. Se una persona consuma sempre latte completamente sterilizzato, quando beve per la prima volta il latte crudo può stare male perché il suo organismo non è più abituato.
Lo stesso discorso riguarda le muffe dei formaggi. Oggi cerchiamo di sistemare tutto con la chimica, ma chi ci dice che alcune di quelle muffe non fossero importanti per la nostra flora intestinale? Poi andiamo a comprare i probiotici, che costano tantissimo.
I margini custodiscono quindi non solo un territorio, ma anche una diversità di conoscenze, di pratiche, di animali, di alimenti e di relazioni. Una diversità che rischia di essere cancellata dalla ricerca della produttività e dal dominio economico.
3. Come possiamo valorizzare i margini
Per valorizzare i margini bisogna prima di tutto ritornare alle relazioni. La relazione tra le persone è la cosa più importante.
La soluzione non arriverà mai dall’alto. Bisogna auto-organizzarsi dal basso e creare situazioni di comunità.
L’aspetto economico è importante, perché dobbiamo sopravvivere, ma non può essere l’unico criterio. Dovremmo concentrarci su come mantenere il territorio in salute, sulle persone e sul modo in cui riusciamo a interagire con ciò che abbiamo intorno.
Servirebbero anche degli strumenti pubblici. In altre nazioni gli agricoltori e gli allevatori ricevono una forma di reddito per il lavoro che svolgono. Non vengono pagati soltanto per quello che producono, ma anche per la funzione sociale e ambientale che esercitano e che gli è riconosciuta.
Questo avrebbe senso anche qui, perché chi vive e lavora sul territorio lo custodisce.
Bisognerebbe poi creare comunità nelle quali le persone possano incontrarsi, condividere conoscenze e trovare insieme delle soluzioni. Non penso necessariamente ai consorzi tradizionali, che spesso non funzionano. Penso a qualcosa di libero, costruito dal basso.
Non tutti gli allevatori hanno però le stesse esigenze. Molti stanno andando verso la meccanizzazione. Anche nell’allevamento delle pecore quasi nessuno pratica più il pascolo. Ci sono robot che distribuiscono il cibo e sistemi che automatizzano quasi completamente il lavoro.
Chi sceglie questo modello ha esigenze diverse da chi porta gli animali al pascolo e lavora seguendo i ritmi del territorio. Per questo bisogna mettere insieme soprattutto le persone che condividono una certa visione.
Il Parco dell’Alta Murgia potrebbe avere un ruolo importante. Dovrebbe creare situazioni di comunità, mettere insieme le persone e cercare soluzioni condivise.
Ci sono problemi concreti che il singolo allevatore non può risolvere da solo.
Per esempio, quando muore un animale non puoi più seppellirlo nel terreno, come accadeva in passato. Devi pagare per lo smaltimento: circa duecentosettanta euro per una mucca e ottanta euro per una capra o una pecora.
Il paradosso è che una pecora anziana può valere più da morta che da viva. Quando è a fine carriera e viene venduta, spesso non ti danno niente. Se muore, invece, devi pagare ottanta euro per smaltirla.
C’è poi il problema della lana, che viene considerata un rifiuto speciale. Non è facile smaltirla e il lavaggio è costoso perché l’unico centro di lavaggio in Italia al momento si trova a Biella. Eppure la lana potrebbe essere utilizzata per la pacciamatura, per l’isolamento degli edifici, per essere infeltrita o come materiale per gli artisti.
Il problema è che un singolo allevatore non può sostenere da solo i costi del lavaggio, dello stoccaggio e della trasformazione. Bisognerebbe creare una struttura comune, trovare dei sistemi per trattarla e restituirle valore.
Anche le masserie possono diventare luoghi di cultura e di incontro. Nella nostra azienda spesso collaboriamo con artisti e musicisti. Qualche anno fa abbiamo ospitato la rassegna teatrale “Trame di terra”, con spettacoli rivolti ai bambini e agli adulti.
Questi luoghi devono essere ripensati e riconosciuti per il loro valore. Non sono soltanto luoghi di produzione agricola: possono ospitare teatro, musica, arte, incontri e scambi culturali.
Lo stesso è avvenuto durante il festival dei pastori al quale ho partecipato in Tunisia. In una zona militare al confine con l’Algeria, colpita dagli attentati e che ha rappresentato un limite per la popolazione che abita quei territori.
Attraverso il festival, i video, il montaggio e l’arte mantengono viva l’attenzione sul territorio e sulle persone che continuano ad abitarlo.
Anche questo significa valorizzare i margini: creare occasioni nelle quali il territorio possa raccontarsi e nelle quali le persone che lo vivono possano incontrare altri mondi.
È necessario anche aiutare la popolazione locale a riconoscere il valore dei prodotti del territorio. La produzione non può essere basata soltanto sulla quantità. Ho visto agricoltori costretti a buttare interi raccolti perché non riuscivano a venderli.
Bisogna lavorare sulla qualità, sulla vendita diretta, sulla sostenibilità e sul rapporto tra alimentazione e salute.
Dobbiamo tornare a riconoscere il valore di ciò che mangiamo, dei saperi che abbiamo ereditato e delle persone che custodiscono questi saperi.
Valorizzare i margini significa, in definitiva, smettere di considerarli periferie. Significa riconoscere che proprio lì possono trovarsi la relazione, la diversità, la conoscenza e le risposte di cui abbiamo bisogno.
Perché i margini, anche se può sembrare strano, sono il centro.

Previous Post