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Voci dai Margini: Enzo

Ho conosciuto Enzo Granella durante di una sua visita in Masseria, ma è stato in occasione di un evento organizzato dall’associazione Zefir “Sui passi della resistenza” che abbiamo avuto modo di confrontaci meglio sul nostro lavoro. La conversazione che riporto qui di seguito è poi nata, qualche giorno dopo durante una mattina assolata di fine maggio nella Pineta di San Francesco.   

Chi sono io.

Sono Enzo Granella: una persona che fin da giovane si è avvicinata alla musica e poi, successivamente, anche al teatro.

Ho una formazione universitaria in Scienze Politiche, sebbene abbia avuto poche esperienze professionali direttamente legate alla sociologia, questo è stato un ambito per me di grande interesse fin dai tempi della tesi di laurea. Le mie conoscenze di sociologia, antropologia le ho messe a frutto soprattutto nei corsi di formazione che ho gestito utilizzando la mediazione espressiva e artistica offerta dalla musica, dal teatro e più in generale dai linguaggi creativi.

Accanto all’esperienza artistica vera e propria fatta di concerti, spettacoli, attività teatrali è nato anche un podcast che si chiama “Rifugio Culturale”  disponibile su Spotify.

Produco questo podcast da circa sei anni; i primi tre anni furono finanziati dal Comune di Bari attraverso il Piano Urbis: un bando comunale per la rigenerazione urbana e la creazione di servizi di prossimità nei quartieri più fragili della città ovverosia le aree a rischio di marginalità. Da lì è iniziato un percorso che non si si è esaurito con la fine del finanziamento, ma che ha dato vita a una esperienza duratura e significativa per il territorio.

Il podcast nasce dall’idea di raccontare la realtà in cui ha sede la nostra associazione: il quartiere Libertà di Bari. Per questo motivo, la rubrica principale si chiama: “Voci di Libertà” e circa tre quarti degli episodi riguardano il quartiere. In questa rubrica le persone si raccontano in maniera spontanea e non strutturata. Io di solito apro l’incontro con un invito molto semplice: “Racconta la tua esperienza, racconta quello che ti va di condividere con gli altri” e da lì poi si avvia la conversazione.

Ogni puntata è accompagnata da una presentazione scritta che riassume almeno in parte lo scambio avuto durante la chiacchierata, ma fondamentalmente resta un podcast audio anche se in qualche occasione sono state realizzate registrazioni video da amici che mi hanno aiutato con le riprese.  

Si tratta, in sostanza, di un lavoro di raccolta di testimonianze, esperienze e autobiografie. Il progetto è nato con un’attenzione specifica  per il quartiere Libertà, segnato da problemi di marginalità. In seguito, conclusa la fase finanziata, ha continuato a svilupparsi non solo sul quartiere, ma anche in altre zone della città, per documentare storie che meritano l’attenzione del pubblico.

In questo modo, ho incontrato persone provenienti da altri quartieri ma anche da fuori città che avevano comunque un legame con il quartiere “Libertà”. Penso, ad esempio, al grande fotografo Uliano Lucas, che, pur essendo settentrionale, ha sempre nutrito un grande interesse verso la città di Bari tanto da realizzare il libro fotografico:  “La città all’ovest – Bari Quartiere Libertà” che testimonia lo sguardo di una persona estranea al quartiere, ma capace di coglierne l’essenza in profondità.

Cosa sono i “margini” per me.

Per me i “margini” sono, prima di tutto, un luogo da cui partire. Il termine mi fa pensare a Taranto, la città dove sono nato e da cui ho sentito presto il bisogno di allontanarmi. Taranto, nella mia giovinezza, era l’antitesi di ciò che consideravo il mio futuro: una città segnata dall’ILVA dove l’orizzonte sembrava ridursi ad un impiego all’interno degli stabilimenti che fagocitavano ogni energia, desiderio e aspirazione della popolazione.  Quel desiderio di fuga  era condiviso da molti giovani della mia generazione tanto che, già dalla fine del liceo, volevo andare lontano “almeno a Roma” dicevo ai miei genitori. La mia famiglia, però, non  mi sostenne in questa scelta: la risposta fu che al massimo potevano concedermi di andare a Bari. Mio padre e mia madre erano preoccupati all’idea di mandare il figlio in una grande città perché temevano che se fossi andato lontano avrei finto per non studiare. Così, invece che a Roma, sono arrivato a Bari per frequentare l’Università. Ed è qui che, senza averlo previsto, sono rimasto, mi sono sposato, ho messo su famiglia e ho dato forma al mio percorso personale e professionale.

A Bari ho iniziato a capire davvero quello che volevo fare, soprattutto dal punto di vista artistico. La città offriva una serie di opportunità che a Taranto, in quel periodo, non erano neanche pensabili. Se Taranto è stata per me il margine come limite, Bari è diventata il margine come soglia: il luogo in cui si passa da una condizione imposta a una possibilità scelta. È lì che ho incontrato persone che mi hanno aperto le porte dell’ambiente musicale e, successivamente, anche di quello teatrale. Per questo, quando penso ai “margini”, non penso solo a un’esclusione o a una periferia, ma anche a uno spazio di trasformazione: il punto da cui si può finalmente cominciare a immaginare altrove la propria vita.

Come penso possano essere valorizzati i margini.

Dopo tanti anni, vissuti a Bari, in una città che offre molto ma che resta comunque fuori dai grandi centri, ho cominciato a capire il valore del rimanere nei margini.

Questo l’ho compreso con l’inizio del progetto del podcast sul quartiere Libertà e con l’idea di lavorare in un quartiere popolare ma allo stesso tempo eterogeneo, dove convivono molte realtà socioeconomiche diverse.  Infatti, nel corso della produzione del podcast ho intervistato tante persone comuni, ma anche persone che sono vere eccellenze nei propri campi professionali.

I margini scontano il fatto che le persone in generale sono viziate da falsi miti, soprattutto quello  del successo inteso come classifica, visibilità, riconoscimento pubblico. Uso un termine legato al mio mondo, quello della musica: avere successo in questo ambito significa “stare in classifica”, stare in televisione, nei grandi network nazionali, e oggi anche sulle piattaforme internazionali. Siamo condizionati dall’idea che uno possa dire:  “sono famoso; quindi, ho avuto successo” solo se entra in quel tipo di circuito.

Al mito del successo si aggiungono i bisogni indotti di cui siamo schiavi: inseguire la ricchezza, avere molti soldi, viaggiare, spendere, possedere, mostrare. È il problema del consumismo sfrenato, che ci obbliga a comprare compulsivamente. Se non compri, se non produci, se non sei visibile, allora sembra che tu non sia nessuno.

Invece in questo quartiere ho incontrato le storie di persone che, pur nelle difficoltà, si possono dire felici. Persone che pensano di aver raggiunto il proprio successo semplicemente  godendo di relazioni sincere, condividendo attività, contribuendo in qualche modo al progresso comune. Sono certamente piccole cose, ma comportano la soddisfazione personale e il proprio stare bene al mondo.

E nei margini questo è più facile che nei grandi centri che alimentano un’altra idea di successo fatta di competizione sfrenata, interessi, rapporti falsati. Pertanto, i margini possono essere luoghi in cui trovare una dimensione più umana, più autentica delle persone e delle loro relazioni.

Per me operare a favore dei margini è anche questo: mettere una goccia nel mare del lavoro collettivo per la cultura, per il progresso, per la crescita comune. 

L’impatto del mio lavoro lo vedo sempre in piccoli cambiamenti e nelle esperienze concrete. Il primo effetto importante si nota quando si comincia a scardinare il fatalismo e il qualunquismo; quando una persona inizia a dire: “Allora è vero che questa cosa si può fare”, oppure: “Allora non siete tutti uguali”, anche parlando dei politici o delle istituzioni oppure quando le persone comprendono che si può migliorare la propria condizione, anche nelle cose quotidiane, se si lavora in un certo modo. Anche se si tratta di piccole cose, capisci che quella è una strada percorribile. Serve a dare senso alle cose che si fanno. 

Un discorso differente è quello che riguarda gli adolescenti e i più giovani nei quali si avverte  un profondo risentimento verso la generazione dei cinquantenni e sessantenni nella  consapevolezza di ereditare un ambiente compromesso sia da un punto di vista ecologico che sociale che non  sembra più offrire orizzonti percorribili. La domanda che. spesso ci pongono è: “Dov’è il futuro? In cosa dovrebbe consistere questo futuro?”.  E noi, dovremmo partire dalla consapevolezza che questa sensazione negativa esiste ed è reale. In Italia abbiamo un problema in più rappresentato dalla corruzione, dal malaffare, dal clientelismo. Ci troviamo di fronte alla necessità di  dare una risposta all’insoddisfazione dei giovani, ricordando che chi detiene il potere spesso continua a coltivare rapporti malsani e quindi bisognerebbe incanalare le nostre forze anche per cambiare la consapevolezza politica delle persone.

Nel nostro piccolo, nel quartiere, proviamo generare questo cambiamento  intrecciando legami e relazioni con altre realtà, con l’obiettivo di presentarci di fronte alle istituzioni come un soggetto forte, nato dal basso, che vuole veramente cambiare le cose. Siamo ancora agli inizi di questa esperienza, ma stiamo cercando di capire se, partendo dal base della società, unendo le forze di associazioni diverse e coinvolgendo i  singoli individui che guardano con favore alla nostra azione, si riesca a vincere la sfiducia e la rassegnazione. Il vero salto di qualità si verificherebbe nel momento in cui si riuscisse a incidere sulle decisioni politiche.

Dovremmo riuscire a dire alle istituzioni: “Avete visto cosa siamo riusciti a fare anche senza il vostro aiuto? Ora volete darcelo o no questo aiuto?”. E questa è sicuramente una sfida coraggiosa.

in Puglia c’è stata una stagione di grande entusiasmo a cui è seguito un certo immobilismo che fa pensare che oggi manchi il coraggio di spingere davvero sui valori e sui principi che avevano dato vita a quella primavera pugliese.

Tuttavia, resto ottimista perché credo che mantenere un atteggiamento positivo sia un dovere, altrimenti si rischia di fermare tutto mentre ed è fondamentale trovare la forza di continuare. Qualcuno potrebbe definire questo mio atteggiamento come: “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”. Io invece penso che, pur conservando la  consapevolezza delle difficoltà, è indispensabile continuare a voler cambiare le cose perché: “Si deve fare”.

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