Voci dai Margini: Marcello

Marcello Mastrorilli mi è stato presentato nel 2018 da un amico comune. Ha ricoperto il ruolo di direttore del CREA (Centro della Ricerca Economica in Agricoltura) di Bari, è un esperto nella gestione del ciclo dell’acqua in agricoltura, è membro dell’Accademia dei Georgofili sezione Sud Est ed è uno dei fondatori dell’associazione Laverdevia: un’associazione senza fini di lucro attiva nella provincia di Bari il cui scopo è quello di operare in difesa dei territori rurali.
Chi sono io.
Sono Marcello Mastrorilli: ho svolto la mia carriera come ricercatore agronomo e quindi posso parlare dei margini dal punto di vista dell’agronomia e del loro possibile valore per gli sviluppi futuri.
Cosa sono i “margini” per me.
Quando penso ai margini, penso innanzitutto ai terreni non coltivati, a quegli spazi abbandonati tra un campo e un altro, tra una città e un’altra, tra un paesaggio e un altro. Penso dunque a zone di transizione, a luoghi in cui l’intervento dell’uomo si è interrotto o si è attenuato.
Per me i margini sono spazi rimasti integri, anche se la natura incontaminata, in senso assoluto, ormai non esiste più. Sono luoghi nei quali le forme della vita animale e vegetale, ma anche i manufatti dell’uomo, persistono e continuano a esistere in una loro autonomia. Sono quindi spazi carichi di storia, di evoluzione del tempo, del clima, dell’uso del suolo: luoghi in cui si sedimentano trasformazioni continue.
Come penso possano essere valorizzati i margini
I terreni coltivati, ormai, sono spesso sistemi fissati, stabilizzati, dove difficilmente può emergere qualcosa di nuovo. Se invece voglio cogliere una novità, o ritrovare un’eco del passato, capire come si comporta la natura, devo necessariamente andare ai margini. Per questo i margini sono ricchi di speranza e di futuro.
Esistono, a mio avviso, due tipi di margine. Ci sono i margini più ampi del paesaggio: gli spazi indefiniti tra un territorio e un altro. E poi ci sono i margini concreti, fisici, come il confine di un campo coltivato.
Quando penso alla Puglia, per esempio, penso ai muretti a secco, alle strade di campagna. Ebbene, queste sono tra le zone più ricche di biodiversità animale e vegetale. Sono luoghi straordinari, perché lì si trovano forme di vita — e quando parlo di vita intendo anche tutta la microbiologia indispensabile a un sistema agrario — che persistono e rimangono tipiche del luogo.
Nei margini si trovano i fiori spontanei, le piante eduli, i relitti degli alberi e delle foreste che un tempo occupavano quei territori. E quando penso ai margini tra un territorio e un altro, vedo anche i manufatti abbandonati costruiti dall’uomo: i pagliai, le masserie diroccate. Penso alle forme di vita superiori che possono svilupparsi in questi spazi.
I margini, dunque, sono vere e proprie miniere di biodiversità, indispensabili per conservare la vita.»

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