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Voci dai margini: Francesca

Ho incontrato Francesca e il marito Enzo Granella a Bari nella pineta di San Francesco in una mattina di maggio. Di quell’incontro conservo la memoria del racconto di un’esperienza segnata dalla ricerca sul senso del bene delle comunità. Durante il nostro colloquio, Francesca ha voluto condividere la sua idea di margine: un termine che non si riferisce a un luogo segnato dalla “mancanza”, ma ad uno spazio di possibilità poiché proprio qui si possono sperimentare nuove forme di economia, cultura, solidarietà e convivenza. Per Francesca il futuro non consiste nel rincorrere il centro e i suoi modelli, ma nel riconoscere il valore delle esperienze marginali in quanto risorse collettive capaci di generare cambiamenti inattesi, nuovi modelli di sviluppo, nuove concezioni del rapporto con l’altro e con le risorse naturali.

Chi sono io

Sono una sociologa laureata all’Università di Bari, dove ho avuto il privilegio di formarmi con Franco Cassano, Eligio Resta, Mirella Giannini, Franco Chiarello e altri autorevoli sociologi che hanno influenzato profondamente il mio modo di leggere la realtà. Inoltre, accanto al mio percorso accademico, ho avuto la possibilità di maturare una lunga esperienza di impegno sociale e culturale.

Sono anche una delle fondatrici e presidente dell’associazione AMLET (Associazione Musicale Ludica Teatrale), nata con l’obiettivo di pensare l’arte quale strumento di riflessione e trasformazione sociale. Attraverso il teatro, la musica e altri linguaggi espressivi, l’associazione ha affrontato temi legati l’esclusione sociale, l’immigrazione, la distorsione dell’informazione a partire dall’esperienza dell’Osservatorio pugliese contro la criminalità, per la legalità e la non violenza.

Anche la mia collocazione professionale è in parte “marginale” perché non strutturata ma a contratto nell’Università degli Studi di Bari. Posizione “di confine” che offre visioni critiche delle dinamiche del potere non essendone completamente assorbita.

Per me, la conoscenza nasce sempre dall’intreccio tra riflessione teorica e pratica sociale fatta di relazioni e azioni concrete nei territori.

La riflessione teorica non è un esercizio di erudizione o di potere ma uno strumento di conoscenza per definire le situazioni e individuare le modalità di intervento più idonee alla soluzione di problemi.

Cosa sono i margini per me

Per me i margini non sono semplicemente luoghi periferici o aree geografiche lontane dal centro. Sono soprattutto una condizione sociale prodotta da determinati meccanismi economici, politici e culturali in quanto la marginalità non sempre è un fatto naturale: ma se viene costruita, è anche possibile lavorare per ridurla.

I dati statistici dei nostri territori registrano fenomeni come disoccupazione, abbandono scolastico, criminalità e povertà, ma raccontano soltanto una parte della realtà. L’altra realtà è data dai possibili, dalle strade effettivamente percorribili per l’emancipazione o l’affermazione sociale.

La disaffezione e lo scontento dei giovani e degli adulti dipendono anche da condizioni lavorative marginali vicine allo sfruttamento. Tanti sono formalmente occupati attraverso contratti apparentemente regolari:

·       lavoratori costretti a fare molte più ore di quelle dichiarate;

·       ragazzi o adulti che lavorano senza riuscire comunque a costruirsi un’autonomia economica;

·       famiglie che rinunciano ad avere figli per mancanza di prospettive.

Uno studio di qualche anno fa della fondazione Friedrich Ebert Stiftung ha mostrato come la marginalità sia presente anche nelle aree metropolitane, e dunque apparentemente più sviluppate. Si manifesta sia nelle grandi città, sia nei quartieri popolari come il quartiere Libertà di Bari, dove da alcuni anni opero con la mia associazione.  Ma la marginalità non è sempre un disvalore anche se i media tendono a mostrare prevalentemente episodi di criminalità e degrado, mentre chi vive quotidianamente un territorio è consapevole dell’esistenza di una realtà molto più complessa fatta di relazioni tra associazioni, mutuo aiuto, cultura e partecipazione.

Proprio per questi motivi il margine è anche una posizione privilegiata di osservazione in quanto chi vive ai margini è in grado di osservare meglio le dinamiche del potere e le contraddizioni della società. Lo “stare nei margini” consente di sviluppare uno sguardo critico rispetto ai meccanismi dominanti del successo, del consumo e della competizione. Ed è proprio per questo che i margini rappresentano luoghi dove possono nascere pratiche alternative:

  • mutualismo;
  • economia solidale, condivisione;
  • agricoltura sociale, gruppi di acquisto solidale, riuso, riciclo;
  • recupero di spazi abbandonati;
  • subculture trasformative;
  • forme di partecipazione dal basso.

In questa prospettiva il margine può diventare uno spazio di innovazione sociale.

Cosa bisognerebbe fare per migliorare i margini

I margini potrebbero rivelare il loro valore mettendo in atto alcune azioni che voglio illustrare sinteticamente.

La prima azione di inclusione interessa i miglioramenti dei servizi. Riguardo a questo aspetto sarebbe necessario assicurare:

  • trasporti pubblici efficienti;
  • servizi sanitari accessibili;
  • servizi culturali diffusi, istruzione;
  • collegamenti tra città e aree interne.

La mancanza di servizi produce esclusione e a questo proposito riporto un semplice esempio: da alcuni piccoli comuni pugliesi, è spesso difficile raggiungere università, luoghi di lavoro o attività culturali; questo svantaggio colpisce soprattutto i giovani che sono le fasce più vulnerabili della popolazione che abita i “margini”. Ma la distanza dal centro non è necessariamente un segno meno, potrebbe essere uno stimolo a nuove forme di vita e relazione.

La seconda azione è rappresentata dal sostegno concreto alle azioni che nutrono il territorio (es. azioni di prossimità per aree a forte rischio criminalità) che devono essere finanziate stabilmente per costruire anticorpi al degrado. L’esperienza dei finanziamenti culturali nel quartiere Libertà lo dimostra chiaramente ed io la considero positiva proprio perché:

  • genera competenze;
  • crea reti sociali;
  • valorizza talenti nascosti;
  • rafforza il senso di appartenenza.

Ma è necessario che gli investimenti non siano occasionali o legati alle sporadiche convenienze elettorali ma devono essere continui e strutturali.

La terza azione è rappresentata dalla creazione di spazi di aggregazione e partecipazione: luoghi dove i giovani, donne, bambini e le diverse generazioni possano incontrarsi, sperimentare e sviluppare interessi comuni.

E qui potrei citare diverse esperienze positive:

  • Spazio 13, Accademia del Cinema, Stati Generali delle donne;

ovvero centri culturali nei quartieri; attività associative; rassegne cinematografiche e teatrali; laboratori creativi.

Questi spazi permettono alle persone di costruire relazioni e progettualità.

La quarta azione è costituita dalla formazione di economie alternative necessarie nei margini in quanto l’attuale modello economico basato su un principio “estrattivo” punta esclusivamente al profitto e allo sfruttamento di persone e territori. Propongo invece di sostenere:

gruppi di acquisto solidale; agricoltura sociale; orti urbani; filiere corte;

cooperative, mutualismo; produzioni locali, non solo sul versante agricolo ma anche culturale.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un’economia capace di garantire:

  • un prezzo giusto per il consumatore;
  • una remunerazione dignitosa per il produttore;
  • relazioni sociali più forti;
  • autoimprenditorialità e creazione di imprese locali anche giovanili.

La quinta azione è la trasformazione della solidarietà in infrastruttura sociale.  Nella mia esperienza ricorrono molti “casi studio” di sostegno reciproco:

  • contadini aiutati dopo incendi e furti;
  • associazioni che recuperano spazi abbandonati;
  • gruppi che distribuiscono beni durante le emergenze;
  • iniziative di riparazione, riuso e scambio;
  • creatività e innovazione.

La solidarietà non deve essere vista come qualcosa di eccezionale, ma come una componente stabile della vita collettiva.

La sesta azione è il rendere attrattivi i territori allo scopo di vincere una delle grandi sfide attuali che riguarda il rapporto tra giovani e territori: sappiamo che molti ragazzi emigrano verso grandi città che promettono opportunità ma spesso offrono:

  • precarietà;
  • affitti insostenibili;
  • competizione esasperata;
  • isolamento.

Secondo me occorre rendere i territori capaci di offrire:

  • occasioni professionali;
  • cultura;
  • ricerca;
  • creatività;
  • relazioni significative.

I territori devono diventare luoghi in cui sia possibile restare non per mancanza di alternative, ma per scelta.

La settima e ultima azione che individuo è la valorizzazione della diversità tipica dei margini. Tale diversità deve essere riconosciuta e sostenuta in quanto rappresenta una ricchezza che il modello dominante tende a ignorare. Infatti, molti giovani pur sperimentando il disagio di non riconoscersi nel modello imposto fatto di competizione, carriera e consumo, faticano a immaginare alternative praticabili perché i percorsi di affermazione professionale e riconoscimento delle competenze sono ancora omologanti e standardizzati.  E dunque tanti talenti non vengono intercettati e valorizzati adeguatamente a detrimento dell’intero sistema. Per questo è necessario inventare, costruire e sostenere modelli sociali ed economici capaci di valorizzare ciò che è diverso ma portatore di alternative sostenibili e lungimiranti.

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