Voci dai Margini: Marcello

Chi sono io.
Sono Marcello Vitale. Sono nato a Bari e ho trascorso la mia infanzia in un istituto ortopedico ad Ariccia, vicino Roma: una sorta di luogo di “confinamento” in cui avevano concentrato le diversità. Tornare nella mia città d’origine è stato come attraversare una soglia: entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui ero cresciuto.
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Ricordo in particolare il primo giorno di scuola: mentre camminavo tra i banchi per raggiungere il posto assegnato dal maestro, un compagno mi fece uno sgambetto e caddi. Compresi in quel momento come spesso siano gli altri a definire i nostri limiti e a collocarci in una posizione marginale.
Cosa sono i “margini” per me.
Premetto che mi sento sempre al margine, ma il mio è un margine “curioso”; non basato sul limite, ma sulla curiosità.
Identifico i margini con quelle soglie che si attraversano continuamente nel corso della vita siano esse geografiche, sociali, psicologiche o esistenziali e in cui si prende coscienza dei propri limiti e delle proprie possibilità.
Ogni volta che si supera una soglia si entra in un mondo nuovo e inevitabilmente ci si confronta con ciò che è diverso da quanto conosciuto fino a quel momento. Per questo i margini non devono essere vissuti come barriere invalicabili o limiti della propria persona; al contrario, possono diventare occasioni di evoluzione e di crescita.
Sostengo che il margine non dovrebbe essere subito, ma dovrebbe essere raggiunto, esplorato per vedere cosa si trova oltre perché è importante conoscerlo piuttosto che superarlo. Il margine diventa così il nostro punto di osservazione da cui guardare il mondo da una prospettiva originale.
Sono consapevole della peculiarità di questa concezione del margine che trova origine nel modo con cui affronto le sfide che la vita mi pone. Ho un amico la cui storia personale è simile alla mia ma che interpreta la propria condizione in modo opposto; dice di sé: “Io sono confinato”. Il suo margine è uno spazio chiuso, una condizione dalla quale non si può uscire mentre per me è un luogo da attraversare e da osservare. Quindi la differenza non sta nel margine stesso, ma nello sguardo con cui lo si vive.
Come valorizzare i margini
Tenuto conto che, per me, il margine non è un luogo periferico da cui fuggire né una condizione da superare, ma uno spazio di incontro tra mondi diversi, il luogo della curiosità e della trasformazione, la mia esperienza personale – segnata dalla disabilità, dall’attraversamento di contesti differenti e dall’impegno sociale – mi porta a considerarlo una posizione privilegiata da cui osservare, comprendere e interpretare la realtà.
In fondo vivere significa proprio questo: camminare lungo una linea di confine, continuando a guardare oltre.
Nei laboratori teatrali che organizzo ricorro spesso ad un esercizio nel quale si immagina una stanza divisa in due parti: da un lato c’è un mondo quadrato, logico e razionale; dall’altro un mondo tondo, creativo e immaginativo ed invito le persone a camminare nello spazio e poi a fermarsi, chiedendo loro di spiegare il punto in cui si sono posizionate.
Quando io faccio questo esercizio mi ritrovo sempre sul confine; a volte leggermente spostato verso la razionalità, altre volte verso la creatività, ma sempre in prossimità della linea che separa i due mondi. Per me il margine non è né positivo né negativo: è una condizione esistenziale, un modo di stare nel mondo.
Sono impegnato in molteplici iniziative finalizzate alla valorizzazione dei margini, tra queste mi piace sempre ricordare la fondazione dell’associazione “Ti regalo sette galline”, un progetto dedicato al recupero dei terreni abbandonati.
L’idea è semplice: chi non riesce più a gestire un terreno può affidarlo all’associazione, che lo rimette in funzione coinvolgendo cittadini e aziende agricole del territorio.
L’associazione promuove il recupero dei terreni inutilizzati, la cura degli alberi, la coltivazione condivisa, l’allevamento di galline e percorsi accessibili anche a persone con disabilità. Accanto al pollaio, ad esempio, sono stati realizzati camminamenti che consentono alle persone in carrozzina di avvicinarsi agli animali e partecipare alle attività. Per me anche questo è un lavoro sui margini: recuperare luoghi dimenticati e restituirli alla comunità.
Ma qui mi viene in mente un altro tema: la paura; spesso i confini vengono rafforzati proprio dalla paura dell’altro. Quando la paura cresce, i margini si trasformano in muri e producono conflitto.
Molte persone che vivono in condizioni di marginalità economica e sociale cercano di oltrepassare i propri confini per costruire una vita migliore. In questo senso il viaggio di attraversamento di un margine ad esempio quello migratorio rappresenta un tentativo concreto di superare una soglia percepita come limitante.
Per questo motivo il compito più importante non è abbattere tutti i confini, ma dimostrare che possono essere attraversati e abitati senza paura.
I margini non possono essere eliminati essendo una struttura fondamentale dell’esperienza umana in quanto gli uomini costruiscono continuamente confini tra proprietà e proprietà, tra gruppi sociali, tra culture, tra identità differenti.
Pertanto, la questione non è cancellarli, ma decidere come viverli.
Si può restare confinati entro il proprio limite oppure scegliere di stare sulla soglia, osservare, dialogare e attraversare. Per me il margine non è una periferia da cui fuggire né una condizione da eliminare. È il luogo dell’incontro tra mondi diversi, lo spazio della curiosità e della trasformazione.
La mia esperienza personale, segnata dalla disabilità, dai passaggi tra contesti differenti e dall’impegno sociale, mi porta a considerare il margine come una posizione privilegiata da cui osservare la realtà. In fondo, io sostengo che vivere significa proprio questo: camminare lungo una linea di confine, continuando a guardare oltre

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